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Storie dal catalogo ·

Cinquant'anni dalla prima scheda telefonica italiana

Nel 1976 la SIP mise in prova un oggetto che non esisteva da nessuna parte: un rettangolo che conteneva credito telefonico. Cinquant'anni dopo quell'oggetto non serve più a niente, ed è per questo che se ne può raccontare tutta la storia, dal primo esemplare all'ultimo.

Questo catalogo la conserva per intero: 4.190 schede italiane, di cui 3.630 emesse davvero e le altre prove di fabbrica e prototipi. La prima è del 1976; l'ultima pensata per telefonare è del 2017, e l'anno dopo in Italia si smette di produrne. Quarantun anni con un inizio precisissimo e una fine che, come si vedrà, è molto meno netta di quanto sembri.

Nata per un problema di monetine

La ragione non fu la tecnologia ma la cassa. Negli anni Settanta in Italia mancavano gli spiccioli, e i gettoni telefonici sparivano dalla circolazione perché venivano usati come moneta: valevano cinquanta lire e tutti li accettavano. Riempire di monete gli apparecchi pubblici, e poi svuotarli, era un problema logistico enorme.

La scheda risolveva tutto in un colpo: si pagava una volta sola, si spendeva a rate, e nell'apparecchio non entrava metallo. La sperimentazione partì nel 1976, con una postazione pilota installata a Roma, al Galoppatoio di Villa Borghese.

La prima carta era verticale, gialla e blu, con una banda magnetica, e aveva una caratteristica che oggi sorprende: era monouso. Finito il credito, l'apparecchio non la restituiva. Nessuno pensava che qualcuno l'avrebbe voluta indietro.

La prima del catalogo: una tessera sperimentale del sistema SIDA, 1976

Otto schede di cartone

C'è un dettaglio che si nota solo guardando il catalogo per intero. Delle 3.630 schede italiane emesse davvero, 3.622 sono in PVC. Le altre otto sono in cartoncino duro, e appartengono tutte al primo sistema, fra il marzo 1980 e l'aprile 1981.

Sono i primissimi tentativi, quando non era ancora deciso di che materiale dovesse essere fatto l'oggetto né che forma dovesse avere la parte che la macchina legge. Quella parte si chiamava «bandella», e nei titoli delle prime SIDA compare in quattro versioni diverse (circolare, sagomata, diritta, ridotta) nell'arco di cinque anni, prima che il disegno si fermi. Otto pezzi di cartone in un mare di plastica, e quattro modi di tagliare la stessa striscia: il momento in cui una tecnologia sta ancora scegliendo cosa diventare.

Le uniche schede in cartoncino di tutto il catalogo, con la bandella sagomata

Il decennio in cui entra in tasca a tutti

Nel 1980 gli apparecchi abilitati stavano negli aeroporti e nelle stazioni di sedici città. Nel 1992 la scheda arrivò nelle cabine stradali, e da lì la diffusione fu rapidissima: già l'anno successivo le carte prepagate superarono monete e gettoni come principale mezzo di pagamento del telefono pubblico.

Nel 1994 fu prodotta la cinquecentomilionesima scheda, e per l'occasione ne uscì una che lo celebrava. È il momento in cui l'oggetto smette di essere una comodità e diventa un pezzo di infrastruttura nazionale: mezzo miliardo di rettangoli usciti da uno stabilimento in meno di vent'anni.

La scheda che festeggia i 500 milioni di pezzi prodotti, 1994

Cinquecento pezzi contro trentacinque milioni

Qui i numeri diventano interessanti. La tiratura più alta del catalogo è di 35.340.000 esemplari: una scheda promozionale legata al calcio, stampata in una quantità che equivale a più di una copia ogni due italiani dell'epoca. La più bassa fra le schede emesse è di 500 pezzi: dodici carte regionali delle Pagine Gialle del 1990.

Fra le due c'è un rapporto di oltre settantamila a uno. E c'è un rovesciamento completo del valore: la scheda distribuita a decine di milioni di copie era un successo commerciale e oggi non vale quasi nulla, mentre quella da 500 pezzi era una tiratura marginale, spesso una piccola promozione locale, e oggi è fra le più ricercate.

Vale la regola generale del collezionismo: si paga ciò che è sopravvissuto poco, non ciò che è piaciuto molto. Con una differenza tutta sua: qui la scarsità non è stata creata a tavolino per i collezionisti, è il residuo di una campagna pubblicitaria che non aveva budget.

Le due estremità del catalogo: 35.340.000 esemplari contro 500. Il mercato le ordina al contrario

Un archivio che nessuno aveva progettato

Messe in fila, queste schede raccontano cose che nessuno aveva intenzione di documentare: quali marchi facevano pubblicità in quell'anno, quali mete turistiche si volevano promuovere, quali campagne sociali erano in corso, quali mestieri esistevano ancora.

Nel 2004 uscì una serie dedicata proprio al lavoro nella rete telefonica, costruita con fotografie d'archivio scattate per uso interno: collaudi, cantieri, inaugurazioni. Ci sono il guardafili che percorreva a piedi il proprio tratto di linea e saliva sui pali con i ramponi, e il fattorino che consegnava i telegrammi in bicicletta. Due mestieri spariti, fotografati da chi li organizzava e finiti su una tessera di plastica.

Il guardafili e il fattorino dei telegrammi: mestieri che il catalogo conserva senza volerlo

La fine, annunciata da una scheda

La parte più ironica sta in fondo. Fra le ultime schede italiane ce n'è una del 2014 che pubblicizza la fibra ottica.

La fibra funziona per riflessione totale interna: la luce entra nel vetro con un angolo tale da non poterne più uscire, e rimbalza al suo interno per chilometri senza disperdersi. È la tecnologia che ha portato la banda larga a tutti, quindi il telefono in tasca, quindi la fine delle cabine, quindi la fine della scheda telefonica.

Un anno dopo, nel settembre 2015, Telecom Italia stampa la sua ultima scheda, e sembra un congedo scritto apposta: «Da sempre amiamo darvi del TU». L'ultima generazione di questi oggetti ha fatto in tempo a fare pubblicità a ciò che li stava eliminando.

La fibra ottica reclamizzata su una scheda telefonica nel 2014, e il congedo del settembre 2015

Ma non è la fine, ed è la parte che quasi nessuno racconta. Il marchio diventa TIM, e per qualche anno continua a uscire una sola serie all'anno, a tiratura limitata, che ormai quasi nessuno compra per telefonare: la cercano i collezionisti. Il catalogo ne conserva tre, del 2017, e una porta scritto nel titolo che non è mai stata messa in circolazione. Dal 2018 in Italia le schede prepagate per i telefoni pubblici non si producono più.

L'oggetto era morto come prodotto qualche anno prima di smettere di essere fabbricato: le ultime le facevano per chi le colleziona, non per chi telefona.

Le ultime: TIM, 2017. Di una il titolo dice che non è mai stata emessa

Perché sono sopravvissute

La scheda telefonica è uno dei pochi oggetti industriali progettati per perdere valore fino ad azzerarsi. Si comprava piena, si consumava telefonata dopo telefonata, finiva a zero, e molte portavano stampata sopra anche una data di scadenza. Era costruita per morire.

Poi è successo qualcosa che nessuno aveva previsto: la gente ha cominciato a non buttarle. Non per lungimiranza, ma perché erano belle, piccole, e costava niente tenerle in un cassetto.

E poi succede l'ultima cosa, cinquant'anni esatti dopo il Galoppatoio. Nell'aprile 2026, a un incontro internazionale di collezionisti, chi quelle schede le fabbricava e chi le colleziona sovrastampano due carte con il logo del cinquantenario e le distribuiscono dentro un folder: cinquecento copie una, centoundici l'altra. Non servono a telefonare e non fingono di farlo. Sono l'oggetto che celebra se stesso, e sono le ultime due righe del catalogo.

Aprile 2026: le sovrastampe per i cinquant'anni, 500 e 111 copie

È per quel gesto senza intenzione che oggi, a cinquant'anni dalla prima, esiste ancora qualcosa da guardare: un archivio involontario dell'Italia fra gli anni Ottanta e Duemila, tenuto insieme dal fatto che tutte queste immagini dovevano stare in ottantacinque millimetri per cinquantaquattro e funzionare in mano a qualcuno che stava telefonando.

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